Ia ora na, Manava e Maeva
Ciao, Benvenuti.
Tre parole che si sentono ovunque in Polinesia. Tre parole che, da sole, raccontano già qualcosa di questa terra, dove l’ospitalità non è una semplice formula di cortesia, ma un vero modo di vivere.
La scoperta del Mana nelle Isole Marchesi

Ho vissuto quindici anni in Polinesia. Eppure, se dovessi raccontarla, non lo farei con un’immagine. Lo farei con una parola.
Una sola.
Mana.

Erano ormai quasi due anni che vivevo in Polinesia quando partii per le Marchesi per realizzare un film destinato a un gruppo alberghiero locale.
Ero arrivato nel Fenua nel 1997 per svolgere il servizio militare e, fino a quel momento, avevo avuto poche occasioni di immergermi davvero nella cultura polinesiana.

Ad accompagnarmi c’era una guida marchigiana delle Isole Marchesi. Aveva una corporatura imponente, i capelli lunghi e un accento cantilenante, con quelle r arrotate che non sono mai riuscito a imitare. Sembrava portare dentro di sé la storia della sua isola.
Mi condusse fino a un antico sito sacro. Tiki di pietra vecchi di secoli, petroglifi, una vegetazione rigogliosa e quel silenzio così particolare che si trova solo in certi luoghi.
Si fermò.
— Senti il mana, qui?
(In Polinesia quasi tutti si danno del tu.)

Lo guardai, un po’ sorpreso.
— Il cosa?
Fu quel giorno che sentii quella parola per la prima volta.
ROADBOOK:
Le Isole Marchesi sono tra gli arcipelaghi più isolati del pianeta. Situate a oltre 1.400 km da Tahiti, hanno conservato una cultura e tradizioni profondamente diverse da quelle delle Isole della Società.
Il Mana Polinesiano
La guida mi spiegò che il mana non era una religione, né una credenza nel senso in cui la intendevo io. Era una presenza. Una forza invisibile capace di abitare un luogo, una persona, un oggetto o persino un istante.
Ascoltavo, senza capire davvero.
A essere sincero, all’inizio mi sembrò un concetto piuttosto astratto.
Ci sono voluti anni prima che capissi che quella guida non stava cercando di insegnarmi una parola. Stava cercando di farmi sentire qualcosa.

Ed è forse proprio questo che oggi cerco di trasmettere attraverso le mie immagini.
Non fotografo più un luogo o una persona semplicemente perché attirano lo sguardo. Una bella luce o un paesaggio spettacolare non bastano più. Cerco di catturare ciò che ho provato nell’istante in cui ho premuto il pulsante di scatto. Quell’emozione invisibile che fa sì che un luogo ci tocchi più profondamente di un altro.
Forse, in fondo, è questo il mio modo di cercare il mana.

CULTURA:
In Polinesia, la parola mana non appartiene solo alle leggende. Fa parte del linguaggio quotidiano e si ritrova in molti nomi propri, come Raimana, Vaimana, Manahei, Mananui e Heremana.
Più di una semplice parola, ricorda che questa forza invisibile fa ancora parte dell’identità polinesiana.
L'altro Mana
Quella parola non mi ha più lasciato.
Poi, nel 2021, quando un piccolo Pastore Australiano è entrato nella mia vita, il suo nome si è imposto con naturalezza.
Mana.

Non soltanto come ricordo della Polinesia, ma perché quella parola rappresentava già ciò che cercavo da tanto tempo: quella presenza invisibile che dà un’anima a un luogo, a un incontro o a un istante.
Where Mana Is...
Quando ho creato questo progetto, il nome è stato una scelta naturale.

Perché i miei viaggi non consistono nel collezionare destinazioni. Sono una ricerca di quei luoghi capaci di emozionarci, di trasformarci o semplicemente di farci provare qualcosa di unico.
E forse, in fondo, dietro questa ricerca del mana, ce n’è un’altra, più personale: quella di capire un po’ meglio chi sono.

